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L’arte della lavorazione del legno, del vetro e dei metalli

Sandro Penna, uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, nacque e visse la sua giovinezza a Perugia. In un suo racconto, scritto in vecchiaia, narra che il ricordo della città, a lui «troppo cara e troppo sconosciuta ormai» è quasi esclusivamente legato ai rumori e ai forti odori che pervadevano le piazze e le strade emessi dalle botteghe artigiane. Queste occupavano ogni centimetro dei pianterreni e dei seminterrati del vecchio centro storico, ma in particolare Penna si ricorda di quel fabbro sotto la sua abitazione, poco lontana dall’Arco dei Priori, di cui «il rumore era eterno e assorbe ogn’altra sensazione di quel luogo e di quel tempo».

Seppur cambiata nei modi e nei numeri, dopo quasi un secolo dai tempi di Penna, la tradizione artigiana è rimasta in ogni luogo dell’Umbria uno degli elementi che caratterizza maggiormente il territorio. Il principale motivo per cui queste attività hanno saputo resistere al tempo e alla modernità è celato nella qualità dei prodotti, frutto di un sapere tecnico che abbraccia in un rapporto di influenza reciproca il sapere artistico dei grandi maestri locali.

Tra i maggiori settori di produzione artigiana regionale, oltre alla ceramica e il tessile, vi è l’arte della lavorazione del legno, del vetro e dei metalli. Materie prime che grazie a una mano sapiente e antica di generazioni si evolvono in prodotti finali unici. Una sapienza grazie alla quale entriamo in contatto con il passato, che rappresenta una testimonianza non meno importante di quella dataci dai grandi monumenti e dalle grandi opere d’arte.

L’arte della lavorazione del legno in Umbria ha una lunga tradizione che affonda le radici nel Rinascimento, quando i maestri locali diedero vita a straordinarie opere lignee come il coro della Basilica di S. Pietro a Perugia, gli stalli e il pulpito del Collegio del Cambio della stessa città, il coro della Cattedrale di Todi o il sorprendente Studiolo del duca di Montefeltro, ambiente originariamente installato nel Palazzo Ducale di Gubbio, oggi esposto al Metropolitan Museum di New York. La maestria che ha portato alla creazione di tali opere si è, lungo i secoli e le generazioni, trasferita nelle mani degli artigiani e dei falegnami umbri, che si distinguono tutt’oggi nel settore del restauro e della produzione del mobile. Una delle città più significative da questo punto di vista è senza dubbio Città di Castello, dove nel secolo scorso prese vita la cosiddetta industria del mobile “in stile”. Questa tecnica affonda le radici in un’una antica tradizione in cui l’elemento principale è il riuso del legno antico di recupero proveniente da mobili d’epoca per costruirne di nuovi “in stile”. Recentemente è stato creato dagli artigiani del territorio un marchio che porta il nome di “Vero Mobile in Stile Altotiberino” e nella stessa città si tiene ogni anno a fine settembre una Mostra del mobile in stile e dell’artigianato, in cui è possibile ammirare e – volendo – comprare questi piccoli gioielli di tecnica e manualità.

Girando tutta la regione troverete dei perfetti esempi per capire l’importanza dell’impronta che ha lasciato l’arte del vetro in Umbria. Giusto per avere un’idea, potete guardare le vetrate dei duomi di Orvieto, Perugia e Todi. Tutte opere di maestranze locali sviluppatesi principalmente grazie a due importanti poli di questo tipo di lavorazione: Piegaro e Perugia.

Già alla fine del XIII secolo Piegaro riforniva di prodotti e di materie prime gran parte del territorio regionale e presto si consolidò come un grande centro di lavorazione del vetro colorato, lo stesso utilizzato per costruire le vetrate del Duomo di Orvieto nella prima metà del Trecento. Alcune tecniche di colorazione sono state inventate qui prima di essere rese celebri a Venezia e Murano. Da quel momento la storia del vetro di Piegaro non si è mai fermata e oggi la Vetreria Cooperativa Piegarese è una delle maggiori industrie del settore in Italia e in Europa. Se passate per questo incantevole borgo, dopo aver visitato l’edificio dell’antica vetreria che oggi ospita il Museo del Vetro, non potete andare via senza prima aver acquistato il tipico Fiasco di Piegaro. Bottiglia panciuta di varie dimensioni avvolta da un rivestimento di paglia sapientemente intrecciata a mano, che si ottiene da una pianta palustre locale chiamata “scarcia”.

Se ci spostiamo nel capoluogo troveremo le tracce di un personaggio che può essere considerato un simbolo della tradizione vetraria regionale. Nella seconda metà dell’Ottocento nasce a Perugia per volontà di Francesco Moretti un laboratorio di ricerca sulle antiche tecniche di pittura su vetro, sviluppate poi nel corso degli anni e che possiamo ammirare al Duomo di Perugia e di Todi. Francesco Moretti ebbe inoltre l’incarico nel 1862 di restaurare nella sua città tutti i delicati ventitré metri di altezza della vetrata della Basilica di S. Domenico, una delle vetrate gotiche più grandi del mondo. Tale maestria fu tramandata in famiglia, dando luogo a una tradizione unica che da ben due generazioni è perpetrata dalle sole donne di casa. Al museo dello Studio Moretti Caselli, sito nel palazzo che ospita lo storico laboratorio dal 1895, potete conoscere approfonditamente la storia di questa famiglia e ammirare alcune delle opere, come il raggiante ritratto della Regina Margherita di Savoia, fatto da Francesco Moretti nel 1881.

La lavorazione dei metalli ha segnato un periodo fondamentale dell’essere umano. L’acquisizione di questo tipo di “saper fare” ha portato gli uomini a salire un gradino nella scala evolutiva e ha dato luogo a una nuova era della preistoria, chiamata da qualcuno, sebbene in maniera approssimativa, “Età dei metalli”. Rame, bronzo, ferro e tanti altri hanno caratterizzato con il passare del tempo i settori produttivi ed economici, che a seconda di fattori storici, geografici ed economici, si sono sviluppati maggiormente in certe zone rispetto che in altre. In Umbria alcune di questi saperi hanno cavalcato i secoli e i millenni, sopravvivendo in particolare nell’artigianato dell’oro e del ferro.

Nella nostra regione esiste infatti una delle tradizioni orafe più antiche: quella etrusca. Negli ultimi anni è stata recuperata e riproposta una particolare tecnica chiamata “granulazione”, che consiste nel saldare microgranuli d’oro a una lamina dello stesso materiale, dando un effetto visivo inconfondibile. Se volete ammirare i livelli più alti che l’arte orafa etrusca ha raggiunto potete visitare il Museo Faina di Orvieto. Se volete riportare con voi un pezzo di questa tradizione alcune botteghe artigiane sono tutt’ora attive, ad esempio a Torgiano, Spoleto, Orvieto e Terni.

Il fabbro invece, che ha riempito del suo lavorare i ricordi di infanzia del poeta Sandro Penna, apparteneva probabilmente a una lunga stirpe di suoi colleghi che si forma a partire dal Medioevo. La tradizione del ferro battuto a Perugia diviene in quel periodo un’eccellenza e per avere un esempio di tale maestria vi basterà ammirare le cancellate che delimitano le cappelle della Cattedrale di S. Lorenzo. A Gubbio invece le botteghe locali si sono nel tempo specializzate nella forgiatura di armi medievali, una tradizione rimasta ancora oggi e che fa impazzire gli appassionati. Se volete vedere dei fabbri tradizionali a lavoro potrete visitare la festa annuale del Mercato delle Gaite che si tiene in estate a Bevagna, dove per qualche notte rivivono in un modo straordinariamente autentico tutti i principali mestieri medievali tipici dell’economia del borgo.

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