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Terni

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Con la visita guidata di Trevi scopri il borgo incastonato sulla montagna, fra tesori e natura

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Scopri Terni

Scopri Terni, città di miti e leggende.

Là dove oggi sorge l’amena Conca ternana, viveva tra i fitti boschi un terribile mostro. Un drago alato – da tutti chiamatoThyrus– sfornito di zampe anteriori e con una lunga coda uncinata che emanava dalle sue fauci un alito mortale. Nessuno poteva avvicinarsi nel raggio di chilometri alla sua tana e qualche volta per fame il mostro si spingeva fino alle porte della città, seminando il terrore fra gli abitanti. Nessuno aveva il coraggio di affrontarlo e chiunque provava veniva dilaniato dalle grinfie della bestia. Ma un giorno un giovane ternano dall’armatura lucente, stanco di vivere nella paura, decise di tentare l’impresa. Si avviò nel bosco verso la tana del mostro e più si avvicinava più il cielo si faceva scuro, minacciando tempesta. Il giovane incurante raggiunse la tana e affrontò il Thyrus a viso aperto, constatando però che gli affondi della sua lancia rappresentavano poco più che un solletico per quella la putrida pelle coriacea. Proprio quando sembrava che il giovane dovesse soccombere, le nuvole nere lasciarono un improvviso spiraglio al cielo e un raggio di sole riflesso dalla lucente armatura accecò per un momento l’essere immondo. Il giovane approfittò così per piantare la lancia dritta nel cuore dell’animale, che stramazzò a terra con un ruggito agghiacciante. Il leggendario Thyrus rappresenta con il suo alito pestilenziale le putride paludi della zona del fiume Velino, portatrici di malattie e morte, che infestavano il territorio ternano prima delle bonifiche fatte dai romani nel III secolo a. C. La sua uccisione simboleggia la nascita e lo sviluppo della città ed è per questo che la bestia è diventata il simbolo di Terni, rappresentato sugli stemmi e i vessilli, scolpito sugli architravi e dipinto sugli stendardi.

L’altro rappresentante della tradizione ternana ha un’attitudine opposta, che contrasta con la cattiveria del Thyrus in maniera radicale: è il santo patrono della città e uno dei più conosciuti al mondo, che fa dell’amore il suo emblema, S. ValentinoIl vescovo vissuto ai tempi dell’Impero Romano che diede la vita per l’amore di due giovani, dimostrando che i nobili sentimenti ci legano e ci rendono universalmente umani e più vicini a Dio anche oltre le rigide differenze imposte dai dettami religiosi.

Scopri come il contrasto fra la leggenda del Thyrus e quella di S. Valentino rendano Terni la città dei dualismi, che ritroviamo bene nell’assetto urbano, così particolare e unico nel panorama regionale. Terni è città antica e moderna allo stesso tempo. Alterna la storicità del suo centro alla dinamicità e alla contemporaneità della sua periferia, l’affascinante artificiosità delle sue industrie alla inaspettata bellezza dei suoi scorci naturali.

Si può avere la propria idea sui processi industriali e sull’impatto che essi hanno sulla città, di fatto questo rimane un problema ancora oggi. Ma visitando Terni ci si accorge come questo problema sia stato superato e come la città abbia saputo trarne vantaggio, dando valore e profondità culturale a quello che in altri contesti facciamo ancora fatica a considerare come parte della nostra storia.

Alla scoperta di Terni

Scopri cosa vedere a Terni, città perfettamente in armonia tra passato e presente.

I luoghi più incantevoli riguardanti la storia antica della città sono localizzati principalmente nel centro storico. Ma Terni offre anche una grande varietà di siti di archeologia industriale e uno splendido paesaggio fatto da campagna e siti naturali.

La passeggiata nel centro storico non può che cominciare da Corso del Popolo, dove si parte dallo scenario futuristico creato dall’installazione Lancia di Luce, scultura progettata dall’artista Arnaldo Pomodoro per i 100 anni delle acciaierie di Terni, per immergersi passo dopo passo nel passato. Alla fine del corso sorge il quattrocentesco Palazzo Spada, costruzione imponente e raffinata allo stesso tempo, oggi sede del consiglio e degli uffici comunali. Avanzando ancora di qualche metro il tempo indietreggia ulteriormente fino ad arrivare alla Chiesa di S. Salvatore, un edificio religioso del XI secolo che poggia le basi su una domus del I secolo.

Poco dietro Palazzo Spada si diramano i vicoli, in un labirinto di scorci, fra chiese e palazzi settecenteschi, per poi aprirsi improvvisamente a ridosso delle mura antiche che delimitano gli incantevoli giardini pubblici, dove i ternani passeggiano, vanno in bicicletta, si incontrano e, a volte, si innamorano. All’interno del parco riposa l’antico Anfiteatro Fausto, detto anche Colosseo di Terni, edificato nel I secolo e molto ben conservato. Quando i tetti dei palazzi lasciano spazio per un po’ di visuale i campanili più in vista sono quelli della Chiesa di S. Francesco, complesso romanico dedicata al santo francescano, e l’elegante Cattedrale di S. Maria Assunta, duomo della città. Tornando verso Piazza della Repubblica, potete visitare l’ex Palazzo Comunale, costruito nel XIII secolo, che con la sua torre campanaria d’acciaio alta 40 metri è l’emblema dell’incontro fra antico e moderno, di cui la città si fa intraprendente ambasciatrice. Uscendo dalle mura potrete infatti raggiungere la zona fra Piazza Valnerina, la stazione ferroviaria e il Colle di Pentina, dove a partire dalla seconda metà dell’Ottocento sorsero le più importanti industrie del Centro Italia: la Fabbrica d’Armi (1880), dove è possibile visitare la vastissima Raccolta tecnica di armi, l’Acciaieria (1884), lo Jutificio Centurini (1886), del quale oggi rimane solo Villa Centurini, immersa nel verde della pineta che porta lo stesso nome. Poco distante siti ancora più antichi, come l’ex Lanificio Gruber (1846) e il Canale Nerino, che fornì l’energia motrice alle prime fabbriche. Tutt’intorno, i quartieri operai di Borgo Bovio e Sant’Agnese.

Nella zona più occidentale della città, sui resti di un antico cimitero cristiano di epoca romana, si innalza la Basilica di S. Valentino, meta di tutti gli innamorati del mondo che vogliono omaggiare le reliquie del santo per benedire la loro storia d’amore.

La meravigliosa conca dove è adagiata la città è naturalmente pronta ad accogliere e a stupire gli amanti della natura, della tranquillità e della montagna. La città è situata ai piedi dei Monti Martani, con i suoi insediamenti preistorici, ed è delimitata dal Parco Fluviale del Nera, da percorrere in tutta la sua lunghezza a piedi, in bici o a cavallo. Per chiudere, non potete di certo andarvene senza aver visitato le maestose Cascate delle Marmore, le più alte e antiche mai costruite dall’uomo, che non possono riassumere in maniera migliore l’unicità di questi territori, dove storia, natura e tecnologia si incontrano senza mai scontrarsi, si toccano senza mai stridere, in un delicato equilibrio faticosamente guadagnato nei secoli.

Scopri la Cascata delle Marmore, la più alta in Europa!

“Orribilmente bella! ma sul margine, da una parte

All’altra, sotto lo scintillante mattino, posa un’iride

Tra gli infernali gorghi, simile alla Speranza presso

Un letto di morte, e, inconsunta nelle sue fisse tinte,

Mentre tutto là attorno è dilaniato dalle acque

Infuriate, innalza serenamente i suoi fulgidi colori

Con tutti i loro raggi intatti, e sembra, tra l’orrore

Della scena, l’Amore che sorveglia la Follia

Con immutabile aspetto.”

 

Così agli inizi del XIX secolo scriveva Lord Byron, uno dei più grandi poeti britannici, nel suo Childe Harold’s Pilgrimage, ispirato dalla bellezza dell’attrazione umbra che lascia da secoli senza fiato chiunque arrivi nel punto in cui il fiume Velino confluisce con il suo maggiore Nera. Una bellezza così travolgente da spaventare. Possiamo considerare la Cascata delle Marmore come la cascata dei record. Con i suoi 165 m, è la più alta d’Europa e detiene in aggiunta il primato di salto artificiale più alto del Mondo. Infatti, quella che ci sembra a prima vista un’opera naturale, nasconde al suo interno secoli di ingegno e ricerca tecnologica.

La cascata fu letteralmente “creata” dagli antichi romani nel III secolo a.C., che per ordine del console Curio Dentato costruirono un canale – chiamato Cava Curiana, appunto – per drenare una zona paludosa facendola defluire in direzione del salto naturale delle Marmore. Il nome della zona deriva probabilmente dalla conformazione delle rocce che la costituiscono, molto simili al marmo bianco, e affiorano in maniera diffusa dal manto boscoso che le ricopre. La Cava Curiana e il sistema fluviale a cui venne collegato furono per secoli motivo di conflitto fra le città di Rieti e Terni a causa delle frequenti inondazioni del fiume Nera, la cui portata aumentò eccessivamente per rimanere all’interno dei suoi argini. Le modifiche successive furono fatte una volta a favore dell’una e una volta a favore dell’altra città, senza mai risolvere veramente il problema. Le dispute si trasformarono presto in vere e proprie guerriglie, tanto da costringere i ternani a costruire una fortificazione sul monte, la Rocca S. Angelo, per controllare che non venissero effettuati interventi dai contendenti reatini. La rocca, che ancora oggi domina la Cascata e i cui resti sono visibili e visitabili, fu nel corso degli anni teatro di molte battaglie per la conquista della posizione dominante.

La portata del canale cresceva intanto in modo incontrollato, creando una cascata di una potenza spropositata rispetto a quella che vediamo oggi. In tanti provarono a risolvere il problema, persino Antonio da Sangallo il giovane, uno degli architetti della Basilica di S. Pietro, che provò a fornire varie soluzioni mentre soggiornava a Terni per la costruzione di Palazzo Spada. Furono costruiti altri canali di deflusso e fu aumentata la profondità della Cava Curiana, ma niente riusciva a fermare la violenza dell’enorme getto d’acqua che si tuffava in caduta libera sul bacino del Nera. Bisognerà aspettare duemila anni dopo la creazione del primo salto per risolvere il problema. Nel 1787 l’architetto Andrea Vici riuscì, attraverso la costruzione di una cateratta laterale, a cambiare l’angolo di caduta dell’ultimo salto, eliminando il “rigurgito” creato dal getto che era in gran parte causa della difficile gestione delle piene del fiume. Nonostante questo la potenza del getto doveva essere ancora impressionante, tanto da spaventare e incantare allo stesso tempo Lord Byron, che avrebbe visitato la cascata qualche decennio dopo. Una potenza tale da essere paragonata dal poeta a quella dell’amore che domina la follia.

Negli anni successivi, con l’avvento dell’industrializzazione, la potenza della cascata fu ulteriormente calmierata dalle centrali idroelettriche costruite per alimentare il grande bisogno di energia delle tante fabbriche e opifici che già nella metà del XIX secolo occupavano il territorio. Oggi i flussi dei due fiumi sono pienamente sotto controllo e dei sistemi di regolazione idraulica hanno scongiurato del tutto il pericolo delle piene, ma la meraviglia che ancora si prova quando ci si trova di fronte a essa è rimasta immutata, tanto da indurre Stendhal, un altro dei moltissimi letterati che si sono fermati ad ammirare lo spettacolo e ce ne hanno lasciato testimonianza, a considerarla una delle cascate più belle del mondo.

Dalla piattaforma inferiore la visuale è interamente occupata dalla spumosità dell’acqua bianca in caduta. L’esperienza di visita è complessiva e coinvolge tutti e 5 i sensi: oltre la magnifica vista, l’impetuoso frastuono e l’odore del bosco e della vegetazione umida che la circonda, la forza e la velocità frantumano l’acqua che cade sulla roccia “polverizzandola” ed emanando una lieve pioggerella aeriforme tutt’intorno che accarezza la pelle. Se vi trovate a passare di sera, un impianto di illuminazione ben installato vi permetterà di ammirare lo spettacolo in maniera altrettanto suggestiva.

Il sito della cascata delle Marmore, aperto ai turisti con orari che variano a seconda della stagione, è cosparso di sentieri di tutte le lunghezze e difficoltà che collegano i vari belvederi e punti panoramici – come ad esempio lo storico Osservatorio, balconcino in posizione privilegiata e sicura costruito nel 1781 per i benestanti di passaggio. Attraverso alcuni di questi sentieri è possibile risalire tutti i quattro salti della cascata fino al belvedere superiore e ai cosiddetti Campacci: grandi prati disseminati di castagni dove sono state organizzate piazzole di sosta e di campeggio per la fruizione del panorama. Exploring Umbria vi offre la possibilità di prenotare escursioni naturalistiche, a piedi o in bici, con guide esperte, oppure avventurose sessioni di canyoning e rafting sul fiume Nera. La situazione ambientale dovuta alla presenza della cascata ha creato un particolare ecosistema, composto da piante e animali rari difficilmente avvistabili da altre parti nelle vicinanze. L’acqua, ricca di carbonato di calcio, combinata alla presenza di una roccia molto porosa ha scavato e scolpito delle grotte all’interno e nei pressi della cascata, alcune delle quali sono visitabili. Se arrivate fino al belvedere superiore, risalendo la cascata, potrete vedere dall’alto anche i resti delle opere di presa delle centrali idroelettriche e quelli delle cave, costruite nel corso dei secoli per tentare di arginare la potenza di un’opera la cui storia intreccia natura e cultura in maniera indistricabile e, ancora oggi, stentiamo a credere provenga, anche se solo in parte, dalle nostre mani.

In un giorno qualsiasi della seconda metà del Quattrocento, la piazza di fronte al duomo di Terni, la Cattedrale di S. Maria Assunta doveva essere molto affollata. I contadini marciavano a passo lento, ingobbiti dal peso del carretto pieno di cereali e barbabietole. I mercanti vociavano per attrarre i ricchi che uscivano dall’Arringo – il consiglio comunale dell’epoca – da questo, o da quest’altro palazzo nobiliare, disposti tutt’intorno alla Chiesa. Alcuni di loro attraversavano la piazza polverosa, evitando maiali e scalciando via polli, altri erano riuniti in piccoli gruppi, a disquisire chiassosamente sul nuovo regolamento imposto dal Papa per il ripristino della moralità. Il benessere e la ricchezza che si erano sviluppati in quegli anni in città avevano portato gli abitanti, soprattutto nobiltà e clero, ad avere comportamenti piuttosto lascivi, obbligando il legislatore a intervenire nel 1444 con una regolamentazione in fatto di prostituzione, gioco d’azzardo, sproloquio e usura.

La piazza doveva essere molto affollata ma, come al solito, di donne in giro se ne vedevano poche e quasi nessuna dopo la nuova legge. Se gli uomini lussuriosi dilapidavano capitali in prostituzione era naturalmente colpa delle donne troppo provocanti, perciò furono proibiti gli abiti dalla foggia “ammiccante”. Questi non dovevano essere di tessuto pregiato, al massimo maniche foderate di seta e manicotti di velluto; gioielli e acconciature non potevano costare o valere più di tre ducati, le coroncine da porre tra i capelli non potevano essere d’oro o d’argento, nemmeno in occasione del matrimonio. Che doveva essere contenuto. Al banchetto nuziale non potevano partecipare più di dieci persone. Le donne non erano ammesse alle celebrazioni funebri pubbliche e, insomma, meno si facevano vedere in giro meglio era. Furono inoltre date indicazioni precise per profondità delle scollature e per l’altezza dei tacchi, che non dovevano superare le quattro dita.

Questo è probabilmente il contesto in cui dovremmo immaginare uno degli elementi che oggi più incuriosiscono del Duomo di Terni. Avvicinandoci alla chiesa, entrando sotto l’elegante portico seicentesco con balaustra sormontato dalle statue di S. Valentino e di altri sette santi vescovi, vedremo che su una lastra, posta sopra la finestrella a losanga alla sinistra del portale centrale, appare incisa l’orma di una scarpa. L’interpretazione di questo strano ritrovamento, effettuato durante dei lavori di restauro agli albori del Novecento, ha dato luogo a stravaganti teorie. La più accreditata – anche se non storicamente verificata – è legata proprio ai regolamenti emanati nel 1444 per arginare il clima di bassa moralità. Sulla lastra fu incisa la misura del tacco che era consentito portare alle donne, rappresentata da una linea verticale all’interno della tripartizione centrale dell’orma. La linea è lunga otto centimetri, corrispondenti proprio a quelle quattro dita imposte dal regolamento, pena la multa di mezzo ducato d’oro.

Non è naturalmente solo l’orma a rendere interessante l’edificio del Duomo, della quale possiamo far risalire una parte della struttura al VI secolo, epoca in cui operava a Terni il santo vescovo Anastasio. La sua tomba è conservata all’interno della cripta e ci induce a pensare che fu proprio la sua morte a dare il via alla vita millenaria di questo luogo, già dimostrata dalla presenza –poco lontano – dell’antico Anfiteatro Fausto del I secolo. La struttura della cripta e la presenza di abside e finestre all’interno ci fa pensare che nell’XI secolo l’edificio non era interrato e costituiva dunque la chiesa vera e propria. Nel XV e XVI secolo furono effettuati consistenti lavori di ampliamento ma l’impianto che oggi possiamo ammirare fu realizzato nel XVII. Un secolo dopo fu la volta dell’orientaleggiante torre campanaria.

All’interno ben poco è rimasto dell’arredo seicentesco, sparito a causa delle dispersioni napoleoniche e dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Questi hanno portato in luce in certi punti i resti della antica struttura romanica, come ad esempio una parte della facciata interna con rosone e due bifore. La terza cappella della navata sinistra è detta della Misericordia, perché presenta un’immagine della Madonna della Misericordia attribuita a Carlo Maratta, uno dei più importanti esponenti del classicismo seicentesco romano. L’organo, le cui canne si presentano imbrigliate in una serie di rami dorati, è un’altra fine opera conservata all’interno della cattedrale. Costruito da Luca Neri nel 1647, i documenti ritrovati nell’archivio comunale ne attribuiscono il progetto niente di meno che a Gian Lorenzo Bernini. Alcune voci, in forza della grande amicizia che intercorreva fra il Bernini e il committente dei lavori, cardinale Rapaccioli, conferiscono all’architetto e scultore napoletano tutto il progetto di ricostruzione.

Dall’orma misteriosa incisa sul portale alla mano che progettò il suo aspetto, molti sono gli enigmi che ruotano intorno alla Cattedrale di S. Maria Assunta. Di certo rimane la sua eleganza, la sua lunghissima storia e il grande impatto sui visitatori che, uscendo dai vicoletti del centro, imboccano la piazza ritrovandosela davanti.

Sul lato meridionale di Piazza Europa svetta un possente palazzo, nudo e severo, eretto nel XVI secolo per diventare la residenza dei Conti di Collescipoli, gli Spada, una delle famiglie romane più influenti di Terni.

Nel 1546 Antonio Cordini, più conosciuto come Antonio da Sangallo il Giovane, mentre soprintendeva ai lavori di costruzione del Palazzo, debilitato e febbricitante stramazzò a terra per non riprendersi più. Nessuno conosce di preciso la causa della morte del grande architetto manierista che tra le sue innumerevole imprese, oltre alla Rocca Paolina, collezionò anche la direzione del cantiere della Basilica di S. Pietro in Vaticano per più di 25 anni, affrontando il non facile compito di reggere il confronto con il suo predecessore, tale Raffaello Sanzio. Molte volte nel corso dei secoli la versione della morte naturale dell’architetto fiorentino è stata sostituita con quella più affascinante dell’omicidio per avvelenamento, anche se nessuno ha mai potuto verificarla. Fatto sta che in quegli anni Sangallo si trovava a far fronte a una difficile situazione essendo stabilitosi a Terni, per volere di Papa Paolo III, con l’incarico di portare avanti i lavori di costruzione del sistema di regolamentazione idraulica della Cascata delle Marmore. Da secoli la cascata creava problemi nella gestione delle piene del fiume Nera che inondava continuamente il territorio reatino. Questo determinò una rivalità sanguinaria fra Terni e Rieti che però non cessò con la costruzione dell’opera, poiché era vista dai sudditi come un’imposizione del proprio governante pontificio che non accontentava nessuno. Secondo la tradizione, sempre più sospettosa della storiografia ufficiale, Sangallo il Giovane si trovò preso in mezzo a questa rivalità in quanto braccio esecutivo e rappresentante dell’odiato Papa, e non poté sfuggire alla vendetta del popolo.

La costruzione del Palazzo fu poi ultimata nel 1555 e gli Spada ne mantennero la proprietà fino alla fine del Settecento, quando fu acquisito dalla famiglia Massarucci prima e dalla Suore del Bambino Gesù poi. Nella seconda metà del Novecento fu ceduto al Comune di Terni che attraverso una sapiente riconversione installò i propri uffici e la sala del consiglio comunale al suo interno. Proprio la Sala del Consiglio, detta anche Sala di Fetonte, è uno dei capolavori del Palazzo. Le volte presentano splendide decorazioni a grottesche e delle scene tratte dalla Battaglia di Lepanto e dalla Notte di S. Bartolomeo con la strage degli Ugonotti dipinte dal pittore fiammingo cinquecentesco Karel Van Mander.

La facciata, come tutto il resto della struttura, si presenta nuda e “scorticata”, cioè mancante dello strato di intonaco che ricopriva il palazzo in origine. Questo le dona un’aria ancora più possente e austera. L’aspetto iniziale dato al Palazzo Spada di Terni da Sangallo il Giovane era in effetti differente rispetto a quello che noi vediamo oggi e prevedeva l’articolazione della pianta in due ali. Nel Settecento i due corpi vennero uniti tramite la costruzione di un edificio, creando il tipico stile “a corte”. L’ingresso principale venne successivamente spostato da Via Roma a Corso del Popolo, dove rimane ancora oggi.

Il Palazzo Spada è visitabile negli orari di apertura del Comune di Terni e, se non ci sono consigli o riunioni in atto, potete chiedere di farvi accompagnare nella splendida sala consiliare e nelle sale adiacenti, anch’esse di grande impatto grazie alle decorazioni attribuite a Sebastiano Fiori, allievo del Vasari. Infine presso il palazzo sono stati ritrovati resti di mosaici relativi ai pavimenti di una antica domus romana, simbolo della longevità e dell’importanza di un luogo che da secoli costituisce un il centro del potere del territorio.

Fuori dal centro della città, diramandosi dalla Via Flaminia, uno stradello di selciato in salita conduce alla elegante Basilica di San Valentino. In questo luogo, in origine un cimitero paleocristiano, fu sepolto nel III secolo il santo più conosciuto al mondo, il cui ricordo è festeggiato anche nei paesi non cristiani. Quella di San Valentino è la festa più romantica del mondo e la storia del martirio del santo è, nella sua tragicità, altrettanto romantica.

Valentino, vescovo di Terni noto per la sua grande personalità, venne chiamato a Roma dal padre di una ricca famiglia perché il figlio si trovava gravemente malato e in fin di vita. Il vescovo riuscì con un miracolo a salvare il giovane, che come ringraziamento si convertì al Cristianesimo. La notizia della guarigione si diffuse, come anche la fama del vescovo, che riuscì nella sua missione evangelizzatrice a convertire anche dei giovani studiosi. Questi erano Procolo, Efebio, Apollonio e Abondio, che presto diventarono fedeli discepoli di Valentino seguendolo fino alla sua scomparsa. Morte che avvenne in maniera violenta, come per molti cristiani di quel periodo, specialmente quelli votati alla diffusione del proprio credo nell’Impero pagano, per volere di Furius Placidus, prefetto di Roma, che ne ordinò la decapitazione. Sulla via di ritorno per Terni Valentino fu catturato dai centurioni e non ebbe scampo. Ma perché Valentino è il santo degli innamorati?

La storia narra che prima di essere arrestato Valentino aveva officiato una cerimonia molto particolare, un matrimonio fra una cristiana e un pagano, altamente vietato sia dalla legge che dalla religione. Ma lei, Serapia, era gravemente malata. Il giovane amante, Sabino supplicò il vescovo affinché intercedesse con il Signore per poter essere unito a lei anche dopo la morte. Così Sabino si convertì e Valentino, impressionato da un così travolgente sentimento, benedì l’unione della coppia. Qualche istante dopo la dolce Serapia morì, sopraffatta dalla malattia, ma l’amore era stato ormai celebrato per sempre.

La chiesa sorse sull’oratorio probabilmente costruito per onorare la memoria del vescovo, ma essendo su una via di comunicazione molto transitata e fuori dal riparo delle mura cittadine, fu distrutta e ricostruita molte volte. La versione che possiamo ammirare oggi è seicentesca e fu innalzata quando, per volere di Papa Paolo V, vennero ricercate e riesumate le spoglie del Santo.

Da delle nicchie apposte sulla facciata, le statue in stucco di Valentino e suoi quattro discepoli ci guardano e ci invitano a entrare. Dentro, la basilica di San Valentino presenta una pianta a navata unica con cappelle laterali, ospitanti pregevoli dipinti di Luca de la Haye e uno splendido S. Michele Arcangelo del Cavalier D’Arpino, al secolo Giuseppe Cesari, maestro di Caravaggio. Sotto l’altare è collocata l’urna che racchiude le spoglie di S. Valentino. Scendendo per una scala alla sinistra dell’altare si accede alla cripta, che conserva i resti dei fedeli discepoli del vescovo ternano. Adiacente alla cripta vi è un piccolo museo con alcuni oggetti rinvenuti durante gli scavi fatti per la costruzione della Basilica.

Nel 1909, durante degli scavi archeologici nell’area poco lontana denominata come Necropoli delle acciaierie, venne rinvenuta una tomba abbastanza singolare. Contrariamente alla consuetudine, il sarcofago era bisomo, cioè conteneva due corpi, e nel corredo funerario furono ritrovati due braccialetti intrecciati. La fantasia popolare interpretò quei corpi sepolti in coppia come quelli di Sabino e Serapia e i braccialetti intrecciati come il simbolo del loro amore. Tale versione è stata di recente smentita da alcuni studi archeologici e antropologici, che hanno individuato i corpi come quelli di due bambini, probabilmente tutti e due di sesso femminile, risalenti a otto secoli prima di Valentino. Ma la tomba, oggi esposta alla sezione archeologica del CAOS il polo museale e culturale stabilitosi nell’Ex fabbrica chimica SIRI — è ancora molto suggestiva e merita assolutamente una visita.

Arrivando da Corso Vecchio, nel cuore del centro storico di Terni, e svoltando per Vico San Lorenzo, ci ritroveremo di fronte una chiesa dalla grande e piena facciata romanica, sagomata in alto da un tetto a capanna e costituita da mattoni di pietra chiara, che interrompono la loro uniformità solo per lasciar spazio a due portali — uno cinquecentesco — e due piccole trifore. Ma l’unità di “facciata” della Chiesa di San Lorenzo cela al suo interno una doppia identità. Lo spazio di culto è infatti suddiviso in due navate di epoche e con storie differenti. La navata di sinistra è molto antica e sembra prender vita nel XIII secolo sulle rovine di una domus o di un tempio romano. È questo l’impianto originale della chiesa, del quale si ha qualche notizia nelle Rationes decimarum dell’epoca, ovvero il registro parrocchiale nel quale si teneva conto delle tasse riscosse dagli enti ecclesiastici. Questa parte della chiesa è tornata alla luce e restaurata nei primi anni del Novecento, durante degli scavi per un’opera di ristrutturazione in seguito a un lungo periodo di abbandono. La pavimentazione presenta tracce di mosaici, probabilmente di età romana, e la zona che oggi staziona sotto l’abside era probabilmente una parte centrale della vecchia chiesa trecentesca, alla quale si affiancavano due piccole navate. Con un po’ d’immaginazione possiamo ricostruire mentalmente l’aspetto originario di questo spazio prendendo spunto dalle antiche colonne e dai loro basamenti. Sopra una di queste è possibile individuare ancora i resti di un’ara, gli altari dove arano poste le raffigurazioni delle divinità pagane.

La navata destra è invece visibilmente più recente. Essendo stata aggiunta nel XVII secolo, è posta a un livello più alto rispetto alla quella di sinistra ed è completamente intonacata. Come per molte delle chiese di Terni, i bombardamenti della Seconda guerra mondiale non risparmiarono neanche la Chiesa di San Lorenzo, la quale, per una beffa del destino, capitolò sotto il fuoco nemico proprio la mattina dell’11 agosto 1944, Le bombe caddero emulando le stelle della notte precedente e parti della chiesa crollarono come i desideri espressi dai ternani.  Cedettero il tetto, il fianco destro e la parte alta dell’abside. La ricostruzione, guidata dal vescovo in carica, cercò di ristabilire l’aspetto precedente ai bombardamenti, senza introdurre ulteriori modifiche.

Fra le opere che troviamo all’interno di questa chiesa dalla duplice anima c’è da ricordare al primo altare sinistro un dipinto seicentesco raffigurante il Martirio di S. Biagio, attribuito con qualche riserva al pittore reatino Vincenzo Manenti, e una statua della Vergine settecentesca vestita di preziose stoffe.

La Chiesa di San Francesco è uno dei più importanti siti francescani di Terni. In questo luogo sorgeva l’oratorio di S. Cassiano, che il Vescovo di Terni Rainerio donò a S. Francesco per dargli ricovero durante i suoi passaggi in città. La chiesa venne innalzata nella seconda metà del XIII secolo e, nella forma originaria, era costituita da una sola navata. Le due navate laterali vennero aggiunte nel Quattrocento, quando i Francescani ottennero dal comune la possibilità di utilizzare il materiale edilizio proveniente dalla demolizione dell’Arco del Fondanello, una struttura vicina. La pietra “sponga”, con la quale fu costruita gran parte della chiesa di San Francesco e delle due nuove navate, è un particolare tipo di travertino tipico del territorio di Terni, molto adatto all’edilizia per via della sua leggerezza, resistenza e adattabilità. Essa infatti è molto malleabile al momento dell’estrazione e si solidifica al contatto con l’aria. Proprio da questo motivo e dal suo aspetto, del tutto simile a quello di una spugna, prende origine il suo nome.

Vi basta dare uno sguardo alla facciata per capire che le due navate laterali fanno parte di un intervento consecutivo. Essa è costituita da tre blocchi: uno centrale con un portale gotico sovrastato da due rosoni, e i due blocchi laterali speculari con portali più piccoli sistemati sotto a eleganti bifore.  Per la sua forte similarità con le chiese francescane di Assisi, la tradizione ha attribuito la paternità del progetto a Filippo da Campello, lo stesso architetto che seguì i lavori della Basilica di S. Francesco e di S. Chiara. Sempre nello stesso periodo fu innalzata la torre campanaria, a cui si accede dall’interno della chiesa tramite la Cappella del Cristo Morto, vicino all’altare.

Nel corso degli anni la chiesa subì vari danneggiamenti e durante la Seconda guerra mondiale un bombardamento si abbatté sul luogo, distruggendo irrimediabilmente una delle cappelle della chiesa, dedicata a S. Bernardino. Molte delle opere furono portate via dalla chiesa perché considerata non sicura. Una di queste fu la pala dipinta per l’altare maggiore da Piermatteo D’Amelia, commissionata all’artista sempre sul finire del Quattrocento. Il pittore amerino si era guadagnato molta stima dai mecenati dell’Italia centrale dopo aver affrescato il grande cielo stellato della Cappella Sistina, che Michelangelo — si dice — si dispiacque tanto di coprire. Oggi l’opera, chiamata Pala dei Francescani, è esposta nella Pinacoteca Civica della città allestita all’interno del rinnovato CAOS – Centro per le Arti Opificio Siri.

Molte delle decorazioni sono comunque rimaste all’interno della Chiesa e una di queste vale da sola la visita. Si tratta di un’opera di Bartolomeo di Tommaso che decora la Cappella Paradisi, situata alla destra dell’altare maggiore. Colpiti dalle predicazioni appassionate e colorite del francescano S. Giacomo della Marca e forse dall’opera di Dante, alcuni esponenti della famiglia Paradisi, al tempo priori comunali, vollero onorare la memoria di un loro congiunto commissionando un suggestivo giudizio universale. Nella parete centrale della cappella il Paradiso, con il Redentore giudicante circondato da angeli, santi e, poco più in basso, i committenti. Sulla parete di sinistra è raffigurato il Purgatorio, con i penitenti disposti in grotte e gironi differenti e più in alto è raffigurata la Discesa di Cristo nel Limbo. Sulla parete destra l’Inferno, che presenta Lucifero che domina i dannati, alcuni dei quali posti in buche, altri in caverne. Più in alto gli angeli gettano i peccatori dalle caverne.

Il Parco Fluviale del Nera si trova in Valnerina, uno dei territori più suggestivi e meno conosciuti dell’Umbria che deve il suo nome al fiume che scorre all’interno delle sue valli e delle sue profonde gole: il Nera. Il fiume nasce nel cuore dell’Appennino Umbro-marchigiano e si getta 116 chilometri dopo nel Tevere, con una furia e una potenza non comuni. Non a caso è considerato il settimo fiume italiano per portata media. Proprio questa particolare irruenza gli ha permesso nei millenni di modellare e scolpire un paesaggio così caratteristico che, nonostante conti un’elevata presenza umana, sembra in certi tratti selvaggio e disabitato. I profili della Valnerina sono aspri e frastagliati e le profonde valli che qua e là scoprono la loro provenienza calcarea ombreggiate per gran parte della giornata, anche d’estate. Uno scenario completamente diverso dal resto delle dolci e solari rotondità collinari umbre, per le quali la regione è convenzionalmente più nota. La Valnerina si sviluppa in lunghezza e attraversa tutta l’Umbria sud-orientale, estendendosi dal comune di Preci fino a toccare i territori di Terni a sud, Norcia e Cascia a est.

Il Parco fluviale del Nera è inserito all’interno della valle e comprende il tratto medio-inferiore del Fiume, quello che dal paese di Ferentillo arriva a Terni, nel punto di confluenza con il Velino. Quest’ultimo si “getta” letteralmente nel Nera, e lo fa cadendo per 165 metri e formando uno dei più suggestivi fenomeni idrologici italiani, la Cascata delle Marmore. Lungo l’estensione che segue il percorso del Fiume il Parco tocca i comuni di Arrone e Montefranco, mentre a est si estende e si allontana dal fiume, comprendendo anche il minuscolo comune di Polino, di appena 230 abitanti, e il Lago di Piediluco, secondo lago regionale per estensione e di grande impatto paesaggistico.

Un paesaggio così affascinante e particolare, che a prima vista potrebbe considerarsi poco abitato, è in realtà frequentato dall’uomo fin dall’antichità. In Valnerina c’era tutto quello che serviva: acqua, legname e posizioni elevate da dove dominare le valli. Rocche, castelli, monasteri e torri di guardia sono sparsi per tutto il territorio e offrono un esempio della ricchezza economica di cui questa terra godeva, che faceva da contraltare all’isolamento dato dalla posizione geografica. Nonostante fosse un luogo di passaggio, la Valnerina per la sua stessa conformazione è da sempre stata difficile da raggiungere dal commercio e dalla modernità. Questo è il motivo per cui le tradizioni culturali sono state tramandate e conservate in maniera molto più forte rispetto ad altre zone. Il Parco Fluviale del Nera ospita ad esempio il CeSCaV, Centro Studi delle Campane in Valnerina, con sede ad Arrone, incaricato di studiare e valorizzare una delle tradizioni più importanti della zona, quella dei Campanari. Il metodo “umbro”, di grande impatto visivo oltre che uditivo, si svolge in cima al campanile, all’interno della cella campanaria, dove vengono eseguite melodie e manovrate le campane direttamente a mano. Vagando inoltre per i piccoli paesi del Parco nelle giornate primaverili ed estive potrete avere ancora l’occasione di sentire il suono allegro e spensierato di organetto, tamburello e triangolo che si combinano nel Saltarello, canzone popolare un tempo regina delle festività umbre e marchigiane, oggi ridotto a minuscola resistenza folklorica diffusa in pochissimi territori.

Oltre alla storia e alla cultura il Parco offre una natura tutta da vivere ed esplorare. Sono tantissimi i sentieri e gli itinerari da percorrere a piedi o in bicicletta adatti a ogni necessità. Gli itinerari turistici sono più agevoli, corti e adatti a tutti: dalla veloce salita che in appena 45 minuti permette di conquistare il Monte di Arrone e godere della sua splendida vista partendo dal paese sottostante, al percorso che in due ore e mezzo porta da Ferentillo all’incantevole borgo di Nicciano, ai suggestivi sentieri di risalita che si snodano all’interno del parco della Cascata delle Marmore. Per gli escursionisti più allenati e in cerca di avventure non mancano percorsi avvincenti da affrontare: alcuni esempi sono l’Anello del Monte Pennarossa, 7 chilometri per quattro ore circa di cammino, o il percorso che da Polino conduce a Colle Bertone, che in 7,4 chilometri sviluppa 430 metri di dislivello, sia in salita che in discesa. Il Parco è una tappa irrinunciabile per gli appassionati della bicicletta perché inserito da qualche anno nella “Greenway del Nera”, un grande anello cicloturistico di 180 km circa che percorre in lungo e il largo la Valnerina, da Preci ai Prati di Stroncone. Un’imperdibile esperienza per chi ama la natura e le due ruote. Poi, naturalmente, gli sport che vedono il Nera come protagonista. Canoa, torrentismo, rafting e Hydrospeed, oltre a un parco avventura e a un tratto del fiume adibito alla pesca “no-kill”, sono solo alcune delle attività da svolgere all’interno del “Parco delle Acque”. Non tornerete a casa senza portare con voi un po’ di nostalgia per questa terra che, nonostante il suo aspetto severo e temibile, accoglie e protegge l’uomo da secoli.

Poco lontano dalla città di Terni è situata la Valserra, terra che prende il nome dal fiume che scorre al suo interno, il fiume Serra. La valle ha costituito un terreno di transito da secoli e fu per molti secoli, oltre alla Valle del Tessino percorsa dalla Via Flaminia, l’unico naturale collegamento fra la conca ternana e la città di Spoleto. L’importanza che questa via di comunicazione ha rivestito nel passato è constatabile ancora oggi osservando i borghi che costeggiano la valle. Questi non si svilupparono come delle vere e proprie rocche, come la maggior parte degli altri borghi sorti nei territori limitrofi. Gli insediamenti maggiori non erano situati lungo la via di comunicazione ma a lato, sulle alture, in posizione di vedetta. Accanto ai paesi costruiti all’interno di fortificazioni e a quelli costruiti intorno a strutture di tipo produttivo o religioso come i monasteri, molti degli agglomerati che ancora oggi incontriamo percorrendo la Valserra hanno un aspetto diverso. Essi si sono visibilmente sviluppati intorno a delle alte torri, con la destinazione di osservatorio per il controllo del “traffico” che si generava a valle. Acquapalombo, Battiferro, Poggio Lavarino, questi borghi, sorti intorno a torri di avvistamento, erano parte di un più grande sistema di incastellamento che permetteva di controllare e difendere tutta la zona.

La valle diventò di grande importanza intorno all’anno Mille, in un momento di tensione politica fra lo Stato della Chiesa e il Gran Ducato di Spoleto. Enrico II il Santo, re d’Italia e imperatore del Sacro Romano Impero, per ribadire la propria fedeltà a Benedetto VIII, cedette al Pontefice i territori conosciuti come le Terre di Arnolfo, tra le quali era compresa la Valserra con i suoi insediamenti, costituendo così un territorio “cuscinetto” fra le tensioni dei due stati. Per gli abitanti non fu un grosso cambiamento visto che i Conti Arnolfi, secolari proprietari terrieri, continuarono come sempre gestire la zona, sebbene come vassalli del Papa piuttosto che dell’Imperatore. E lo avrebbero fatto per i successivi seicento anni.

Oggi la Valserra è un territorio molto poco toccato dallo sviluppo urbano. I suoi boschi rappresentano una testimonianza della grande biodiversità presente in Umbria, tanto da essere riconosciuta a livello europeo come un Sito di Importanza Comunitaria (SIC) e Zona Speciale di Conservazione (ZSC), nell’ambito della rete Natura 2000 creata dall’Unione europea per la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie, animali e vegetali. Percorrendo i numerosi sentieri che si diramano lungo il fiume o sulle colline fra i piccoli borghi, a piedi o in bicicletta, non faticherete a osservare volpi, caprioli, piccoli mustelidi che sfrecciano fra i cespugli della boscaglia.

Fuori da tutti i circuiti turistici principali, la Valserra non deluderà chi cerca in Umbria la tranquillità senza rinunciare al fascino della storia e di quei contesti che, per pigrizia o per autocompiacimento, sembrano ancora non voler cedere il passo al nostro presente.

Scopri cosa fare a Terni.

La città offre un’innumerevole quantità di attrazioni: dalle attività culturali come le visite guidate ai musei e ai monumenti a quelle più ludiche e adrenaliniche, come il Paintball o i Laser game. Potrete alternare il relax di una passeggiata nel parco cittadino di giorno al divertimento di uscire da un Escape room sani e salvi con i vostri amici. Di sera mangiare in uno dei tantissimi ristoranti del centro e fare nuove conoscenze nei locali aperti fino a tarda notte.

Ma se cercate qualcosa di più avvincente da fare vi consigliamo di uscire dalla città e sfruttare le possibilità che la campagna e la natura offrono a Terni. A partire dagli sport di torrente da fare nel Nera che, con la portata di un fiume medio e la tortuosità di un torrente di montagna, offre un ampio ventaglio di soluzioni per sollazzare le vostre voglie di avventura. Rafting, Hydrospeed, Canyoning e Kayaking sono i servizi che offrono le numerose attività ternane, alcune delle quali hanno sede proprio in città, in una posizione facilmente raggiungibile.

Per chi non ha tanta confidenza con l’acqua potrà esplorare il Parco Fluviale del Nera e le montagne amerine in sella a un quad o al suo più antico ed ecologico antenato, il cavallo. Se anche la terra non vi convince e credete che la vostra avventura ideale possa svolgersi ancora più su, potrete solcare i cieli pilotando un piccolo ultraleggero o appesi a un paracadute, con lo sguardo sempre rivolto in giù, verso le meraviglie della conca ternana.

Per saperne di più...

LA STORIA DI TERNI DURANTE L’EPOCA PRE-ROMANA

La grande Necropoli delle Acciaierie, scoperta alla fine dell’Ottocento durante i lavori di costruzioni delle Acciaierie ternane, testimonia che già durante l’età del ferro e del bronzo la valle dei Monti Martani era una zona densamente abitata. La necropoli è enorme e si estende per circa tre chilometri, ricollegandosi alla Necropoli di S. Pietro in Campo (VI sec.), dove c’è la Tomba del guerriero.

Come in altre parti della regione, Terni costituiva un avamposto della civiltà Umbra già prima dell’arrivo dei romani fra il IV e il III secolo a.C. L’insediamento di Interamnia Nahars che si stabilisce intorno al 672 a.C. dove sorge oggi la città, doveva essere uno dei più grandi e ben strutturati. Dallo stesso insediamento prende il nome il fiume principale del territorio e che passa in mezzo a Terni, il Nera. Appartengono ai Naharki, popolazione di pastori e guerrieri con un’identità propria che occupavano questi territori, le estese necropoli che occupano queste terre.

LA STORIA DI TERNI DURANTE L’ EPOCA ROMANA

Le prime città umbre a essere conquistate e romanizzate furono quelle disposte lungo la Via Flaminia, una delle vie di comunicazione più importanti del Centro Italia, che collegava Roma al Mar Adriatico. Essa attraversava il cuore del municipio di Terni e ne costituiva il Cardo maximus, incrociando il Decumanus maximus all’altezza dell’odierna Piazza della Repubblica. Interamnia Nahars fu una delle prime a soccombere, denominata come Statio fino al 90 a. C., quando con la Lex Julia, legge che concedeva la cittadinanza romana a tutti i popoli italici, l’insediamento diventò un vero e proprio municipium. Le tracce del passaggio della civiltà romana a Terni sono ancora ben visibili nei resti della cinta muraria, nell’Anfiteatro Fausto e nella Chiesa di S. Salvatore, costruita sulle fondamenta di una domus. Presso il Mulino Secci, sulle sponde del fiume Nera, è stata ritrovata una colonna che probabilmente faceva parte di un tempio dedicato ad alcune divinità fluviali. Lungo quella stessa Via Flaminia, fuori città per paura di una rivolta popolare, fu decapitato il 14 febbraio del 273 Valentino da Terni. Per ordine dell’imperatore Aureliano, il vescovo fu giustiziato perché aveva officiato il matrimonio fra la cristiana Serapia e il legionario pagano Sabino. La malattia di lei e l’amore incontenibile dei due indusse Valentino a celebrare ugualmente il rito. La morte li colse insieme, uniti per l’eternità come avevano sperato, mentre ricevevano la benedizione. Poco dopo fu la volta dell’officiante, che dal quel giorno protegge gli amanti di tutto il mondo.

LA STORIA DI TERNI DURANTE IL MEDIOEVO E L’ETÀ COMUNALE

Dopo la caduta dell’Impero Romano a Terni toccò la stessa sorte di tutti gli altri territori dell’Italia centrale: prima subì le invasioni dei Goti, in particolare le devastazioni portate dagli eserciti di Totila e Narsete nel VI secolo, poi subì il dominio longobardo e le aspre guerre con i Bizantini, in continua lotta per creare spazio al corridoio che lungo la via Amerina collegava Roma con l’Esarcato di Ravenna. In questo periodo nascono le poderose rocche e i sistemi di incastellamento che circondano il territorio e sovrastano le montagne intorno a Terni. Nel 742 si svolge in città un incontro fondamentale per la storia italiana: Papa Zaccaria incontra il re dei Longobardi Liutprando, che aveva messo a soqquadro l’Italia centrale con il suo esercito cercando di ristabilire l’ordine fra i suoi ducati. Liutprando restituisce alcuni territori strategici al Papa, che in cambio presta le milizie romane – ufficialmente sotto il controllo dell’evanescente imperatore bizantino Artavasde, in lotta per il trono di Costantinopoli – per la riconquista del Ducato di Spoleto. Dopo la donazione del Castello di Sutri avvenuta sempre da parte di Liutprando a Papa Gregorio II, l’incontro di Terni costituì l’avvenimento più importante che pose le basi per la costruzione dello Stato della Chiesa, protagonista politico della storia italiana fino al XIX secolo.

Sempre sotto l’influenza papale, Terni divenne uno dei comuni più precoci. Nel IX secolo Papa Benedetto III concesse alla città le autonomie cittadine, disegnando i primi confini del territorio. Con Federico Barbarossa prima e Federico II poi Terni passa sotto l’influenza imperiale e vi rimarrà a fasi alterne fino alla campagna del Cardinale “colonnello” Albornoz, che dopo la metà del XIV secolo riporta la città sotto il dominio papale.

La via Flaminia fu a lungo frequentata da S. Francesco, che in diverse occasioni soggiornò a Terni. In città le tracce del passaggio del poverello sono concentrate nella Chiesa di S. Cristoforo, dove la tradizione vuole che, ospitato a casa del parroco, egli trovò il tempo per ben due miracoli, e naturalmente la Chiesa di S. Francesco, costruita alla fine del XIII secolo nel punto in cui Francesco dimorò in seguito alla predicazione che fece in città nel 1218.

LA STORIA DI TERNI DAL RINASCIMENTO ALL’ETÀ MODERNA

La grande influenza politica dello Stato Pontificio non ha permesso a Terni lo svilupparsi delle Signorie. La forte impronta data dal Cardinale Albornoz nel 1357 con le Costitutiones Aegidianae equilibrava molto il potere della nobiltà con quello del popolo, non facendo preponderare nessuna delle due fazioni rispetto all’altra. Allo stesso scopo il porporato spagnolo creò il corpo armato de Banderari, costituito da persone provenienti dal ceto medio – artigiani e commercianti – che aveva il compito di difendere i podestà e i priori – principalmente nobili – e aveva un discreto potere decisionale all’interno dei consigli comunali. Ma gradualmente i nobili accentrarono il potere nelle proprie mani togliendo privilegi ai Banderari, i quali nel 1564 organizzarono una sanguinosa rivolta, irrompendo con l’archibugio in mano nelle case dei più influenti nobili cittadini senza risparmiare nessuno, neppure donne e bambini. Papa Pio IV comprese la gravità della situazione e commissariò la città, inviando un suo legato per governare e dare la caccia ai colpevoli. La vendetta fu spietata: le teste mozzate della maggior parte dei Banderari – anche quelli non coinvolti nella congiura – furono esibite in bella mostra per un anno sopra il portone del Palazzo del Governatore.

Sulla scia dell’ascesa del potere i nobili dettero libero sfogo all’ostentazione di lusso e mondanità per far prevalere la propria immagine su quella degli altri. In questo periodo vennero chiamati in città artisti come Vignola, Fontana, Rainaldi, Karel van Mander e Antonio da Sangallo il giovane. Quest’ultimo, che morì proprio a Terni in circostanze misteriose, fu l’architetto ideatore di una dei più bei palazzi cittadini, Palazzo Spada, appartenuto alla nobile famiglia ternana fino a tutto il XVIII secolo, oggi sede degli uffici e del Consiglio Comunale. Nel Quattrocento è documentata anche la presenza di Benozzo Gozzoli in città e in questo stesso periodo Piermatteo d’Amelia dipinge il suo capolavoro per la Chiesa di S. Francesco, la Pala dei Francescani, oggi esposta alla Pinacoteca Comunale.

Il commissariamento della città e la caccia alle streghe consumatasi dopo la rivolta dei Banderari diede inizio a un lungo periodo di decadenza economica e sociale, aggravata da alcune epidemie di colera che si diffusero nel secolo successivo. In questa fase si diffonde il culto di S. Valentino. Papa Paolo V dà il via alle ricerche della tomba del Santo che viene riesumata nel 1605. Per festeggiare il ritrovamento delle spoglie furono avviati i lavori di ristrutturazione e restaurata la vecchia basilica, costruita sopra la tomba dopo la morte del martire nel IV secolo.

LA STORIA DI TERNI NEL NOVECENTO

«Al silenzio delle vostre campane succederà il rumore dei telai ed il fischio del vapore. Ai cadenti casolari sostituirà con la speculazione solidi ed ampi edifici; all’ozio mantenuto dei conventi succederà il lavoro, poiché quell’acqua che scende limpida e meravigliosa per le cime delle vostre montagne, feconderà la vostra industria»

 Così parlava all’alba dell’Unità d’Italia ai Ternani Gioacchino Napoleone Pepoli, Commissario straordinario per le province dell’Umbria, quasi profetizzando il futuro che attendeva alla città. Per una combinazione di fattori politici e geografici Terni diventò nel giro di trentanni uno dei maggiori poli industriali d’Italia. Questo indusse il governo monarchico a fondare nel 1875 la Regia Fabbrica d’armi, che oggi è possibile visitare grazie al Museo delle Armi. Il cambiamento che l’industria provocò alla città fu travolgente: alla fine dell’Ottocento all’interno delle acciaierie, delle fonderie, degli opifici e degli stabilimenti chimici si contavano 11 mila operai, la popolazione raddoppiò in dieci anni. Oggi alcuni di questi imponenti edifici sono stati recuperati e valorizzati. Oltre al Museo delle Armi, la Fabbrica di carburo e calciocianamide del paese di Papigno ne è un esempio. Lo stabilimento, che avviò nel 1901 la prima produzione industriale al mondo di concime agricolo di calciocianamide, chiuse nel 1973. I suoi edifici in decadenza furono rifunzionalizzati alla fine del Novecento e alcune aree furono utilizzate come studio cinematografico dove furono girati molti film tra i quali La vita è bella di Roberto Benigni. I possenti capannoni delle ex Officine meccaniche Bosco, sorti nel 1890, sono stati ristrutturati e ospitano oggi spazi per accogliere mostre e congressi.

Per anni la strutturazione industriale ha intaccato l’immagine della città, offuscando le meraviglie storiche e artistiche che custodiva al suo interno. Proprio per il suo ruolo di importante polo di produzione Terni è stata durante la Seconda guerra mondiale quasi rasa al suolo dagli oltre cento bombardamenti effettuati dall’Esercito alleato. Dalla ricostruzione è risultata una città rinnovata capace di trasformare i suoi vecchi “difetti” estetici in vessilli della modernità che conservano un enorme patrimonio storico e tecnologico.

Scopri il grande artigianato a Terni.

La grande industrializzazione del XIX secolo che ha coinvolto la città ha un po’ offuscato il settore dell’artigianato a Terni, che tuttavia era specializzato nella lavorazione dei metalli come l’oro e il ferro fin dal Cinquecento, grazie all’abbondanza di giacimenti metalliferi come le antiche miniere di Monteleone di Spoleto. L’industria pesante che si è sviluppata in città non ha comunque intaccato la maestria della costruzione e il focus sulla qualità. Le industrie ternane si sono da sempre distinte non per la quantità dei prodotti ma per la loro fattura e per la grande sapienza impiegata. Fu costruita alle acciaierie della Società Terni per l’Industria e l’elettricità la sfera che nel 1960 discese sul fondo della Fossa delle Marianne, conseguendo il record umano di profondità sotto il livello del mare, 10 916 metri, eguagliato soltanto 52 anni dopo. La stessa Regia Fabbrica d’armi ha lasciato in eredità alla città un importante sapere produttivo, che oggi si distribuisce principalmente nel PMAL, Polo di Mantenimento delle Armi Leggere, che serve gli armamenti leggeri per le Forze armate dello Stato e ha in forza i migliori professionisti del Paese.

Se deciderete di mangiare a Terni o nei suoi dintorni scoprirete che probabilmente questi sono i luoghi dove le ricette sono le più semplici e meno elaborate di tutta l’Umbria. Vi sembrerà che tutti i piatti usciti dalle cucine dei ristoranti siano passati sotto le mani di sapienti nonne, che aggiungono un tocco di amore e cura per i propri nipoti e per il loro benessere.

Se poi in primavera e in estate vorrete provare l’esperienza della vera cucina tradizionale vi basterà trovare una festa paesana o una sagra organizzate in in gran numero in quel periodo nel territorio. Queste manifestazioni sono gestite dagli abitanti del paese e se vi spingerete fino a scovare le cucine e dare una sbirciata dentro troverete un esercito di signore, più o meno anziane, che armeggiano e sbracciano dentro i grembiuli sporchi di sugo e farina intente in una delle attività più nobili che l’uomo poteva contemplare, preparare il cibo.

La cucina ternana è ricca di prodotti dal bosco e dalla montagna, sia animali che vegetali. Gli asparagi selvatici sono i protagonisti di molte ricette, tra cui ad esempio la Frittata pasqualina, un’esplosione di gusto a cui si possono aggiungere salsiccia, carciofi e zucchine a piacere. Se preferite qualcosa di più leggero per alcuni periodi dell’anno potrete trovare in tavola la Misticanza, un insieme di erbe selvatiche e di campo che si raccolgono in primavera o in inverno, di quelle erbe che nessuno saprà mai dirvi il nome in italiano corrente e che potrete ritrovare con nomi diversi nel raggio di venti chilometri: la pimpinella, i caccialepri, i raponzoli, la saprosella, i graspigni, la cicorietta, i mastrici e tante altre varietà che il sapere popolare ha selezionato nei secoli.

Il primo piatto più classico è rappresentato dalle “ciriole”, un tipo di pasta fresca senza uovo con una consistenza unica che si condisce semplicemente con aglio, olio e peperoncino. A Terni tra la cacciagione consigliamo di mangiare l’uccellame (faraona, palomba) e, se non avete problemi con la vostra linea, lo potrete gustare condito alla “leccarda”, cioè riempito di fegato, avvolto nella pancetta e arrostito allo spiedo. Dulcis in fundo, non ci si può alzare dalla tavola senza aver assaggiato il Pampepato, altra ricetta che affonda le radici nell’antichità regionale, costituita da un impasto di miele, cioccolato, frutta secca e farina, amalgamati con il “mosto cotto”, cioè spremitura di uva appena fermentata.

A Terni e nelle zone limitrofe potrete inoltre bere alcune delle acque più salutari e curative d’Italia. Dalle molte fonti presenti nelle montagne intorno alla città sgorgano acque alcaline ricche di minerali, in passato considerate acque benefiche e curative. Le fonti di Sangemini, Feronia, San Faustino e Furapane sono alcune di queste. La tradizione vuole che S. Francesco, passando di là, curo alcuni dei suoi disturbi alla Fonte Amerina nel paese di Acquasparta.

Terni è una città dinamica e piena di iniziativa, infatti in tutti i periodi dell’anno potrete trovare eventi di ogni tipo per trascorrere una buona serata o approfondire la conoscenza della città. Molti sono i festival che si svolgono a Terni che abbracciano tutti i settori.

Per quanto riguarda la musica Terni ospita l’estensione primaverile di uno dei festival più famosi in Umbria, Umbria Jazz Spring, che porta sui palchi della città alcune delle migliori realtà internazionali del Jazz. Se vi interessa l’arte non potete perdervi il Terni Festival. Una rassegna di arte contemporanea che porta opere e artisti a diffondersi per la città e ha come suo centro propulsivo il CAOS – Centro per le Arti Opificio Siri, museo di arte contemporanea nato dalla riconversione dell’ex fabbrica chimica SIRI. Non mancano in febbraio gli eventi dedicati al Santo patrono di Terni: la Fiera di S. Valentino ospita un gran numero di stand, mercatini e attività ricreative nei pressi della basilica dedicata al Santo; gli Eventi Valentiniani, che oltre agli eventi puramente liturgici dedicati alla memoria del martire offrono anche spazio allo svago, ad esempio con la rassegna dedicata al cioccolato Cioccolentino.

Se vi trovate a Terni – o meglio in qualche paesino della campagna – tra la fine aprile e l’inizio di maggio potreste ancora trovare qualche giovane che gira per la strada, balla e canta stornelli per racimolare la questua e inneggiare all’arrivo dell’agognata primavera. La tradizione del Cantamaggio è un rituale contadino antichissimo con funzioni propiziatorie per l’abbondanza del raccolto diffuso un tempo in gran parte della regione. I “maggiaioli” giravano di casa in casa cantando stornelli e canzoni d’amore. In cambio ricevevano uova, vino o altri generi alimentari. Oggi la tradizione si è rinnovata, trasformandosi in un festival di folclore popolare animato da carri allegorici e attività ricreative di tutti i tipi.

Aggiunto ai preferiti con successo.

Per creare il tuo itinerario avremmo bisogno di qualche informazione in più: indica dunque le date che preferisci, quanti siete e dai un valore ai tuoi interessi, così potremo iniziare a comporre la tua timeline insieme.